La Russia apre agli imprenditori … Italiani – E l’economia globale rischia un’altra “Grande Crisi” ma Mosca può sentirsi sicura – La Russia è un’area di “mercato” dove l’impresa Italiana potrà far fronte ai problemi di criticità internazionale.

La Russia "è in una posizione più favorevole ora rispetto al 2007-2008, è meno dipendente dai mercati occidentali".

La Russia apre agli imprenditori … Italiani – E l’economia globale rischia un’altra “Grande Crisi” ma Mosca può sentirsi sicura – La Russia è un’area di “mercato” dove l’impresa Italiana potrà far fronte ai problemi di criticità internazionale.

Il presidente della Russia, Vladimir Putin: “Tra le priorità dell’agenda legislativa per il prossimo anno vorrei citare il miglioramento del clima imprenditoriale” – Il Cremlino farà tutto il necessario per “far sentire gli imprenditori esteri il più possibile a loro agio sul mercato russo” – Molti recenti studi degli economisti russi dimostrano che gli investimenti esteri sono una delle fonti più importanti del cosiddetto “denaro intelligente” –

Il concetto del “made with Italy”, più volte proposto dal presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, alle imprese russe e italiane aiuta ad accelerare la realizzazione del programma statale di sostituzione dei prodotti d’importazione con gli analoghi prodotti sul territorio russo.

Lo ha sottolineato più volte il presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, che diversi anni fa aveva proposto alle imprese russe e italiane il rivoluzionario concetto di “made with Italy”.

Il “made with Italy” – ha sottolineato il professor Fallico ai margini del Forum economico eurasiatico di Verona – è il nuovo pilastro per il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra l’Italia e la Russia e ciò implica una diversa visione di collaborazione economica che sembra già essere recepita”.

Infatti nell’ambito dello sviluppo della cooperazione bilaterale, la Russia e l’Italia lanceranno un marchio congiunto “made with Italy”. Lo ha annunciato Elena Panina, membro della Commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato (la Camera bassa del Parlamento), durante un recente incontro del Comitato russo-italiano degli imprenditori della Camera del commercio e dell’industria russa. (estratto da Russia 24 Banca Intesa)

E l’economia globale rischia un’altra “Grande Crisi”, Mosca può sentirsi sicura, rispetto ad altre grandi economie europee.

La Russia “è in una posizione più favorevole ora rispetto al 2007-2008, è meno dipendente dai mercati occidentali”.

Un altro motivo per cui Mosca può sentirsi relativamente sicura, rispetto ad altre grandi economie europee, è la sua massiccia riserva di liquidità e asset. Da gennaio 2015, il Cremlino ha aumentato le riserve del suo fondo di emergenza da $ 376 a $ 557 miliardi, nonostante la profonda recessione e la conseguente scarsa crescita economica. In effetti, le riserve sono ora più grandi di prima della crisi ucraina del 2014, e non lontano dalla situazione precedente alla crisi del 2008, un momento in cui i prezzi del petrolio erano alle stelle.

La dipendenza dalle esportazioni di greggio si è rivelata pericolosa per l’economia russa, con il rublo in forte calo nel 2014, quando i prezzi sono crollati. Desideroso di evitare un avvenimento simile, il governo ha introdotto una “regola fiscale” in cui vengono incassati i ricavi delle vendite di petrolio oltre $ 40 al barile, anziché utilizzati per le spese quotidiane.

Ciò che è interessante è anche la diversificazione delle riserve. Un decennio si trattava quasi esclusivamente di dollari statunitensi, ma ora l’oro rappresenta circa un quinto del totale, il che significa che oltre 100 miliardi di dollari sono attualmente legati al metallo prezioso. Alcuni suggeriscono che la grande attenzione per l’oro, che di solito aumenta di valore durante una crisi, potrebbe far parte dei preparativi per un eventuale nuovo sistema monetario.

Sotto la spinta della de-dollarizzazione le riserve auree della Russia continuano a crescere in risposta all’aggressività delle sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Le riserve di liquidità hanno superato il debito del paese. Perché è così importante?

L’impegno della Russia per l’indipendenza, sia politica che economica, sembra aver spinto il paese in una fase nuova. In risposta alle sanzioni occidentali e al crollo dei prezzi del petrolio, le autorità hanno intrapreso la strada dell’accumulo di riserve per garantire la stabilità finanziaria. Come risultato di questa rigorosa disciplina sul debito, il debito pubblico netto del paese è sceso ora sotto lo zero, riporta RBC Daily.

Il debito interno ed estero dello Stato è di circa 248 miliardi di dollari, ovvero il 15% del PIL: meno dell’importo dei contanti presenti nei depositi della Russia nella Banca centrale e nelle banche commerciali (17,6 trilioni di rubli, 269 miliardi di dollari), ovvero il 16,2% del PIL. Le statistiche ufficiali rivelano quindi che il Cremlino, in caso di necessità, potrebbe ripagare facilmente tutti i suoi debiti.

 


Negli ultimi anni, la Russia sta utilizzando oro, yuan, euro e altre valute per ridurre la quota di dollari nelle sue riserve internazionali da 500 miliardi di dollari, liberandosi di denaro e titoli del tesoro e firmando accordi con i principali partner commerciali come Cina e India in valute locali.

L’economia globale rischia un’altra “Grande Depressione”. – I governi occidentali hanno accumulato troppi debiti negli ultimi dieci anni – Mosca può sentirsi sicura, rispetto ad altre grandi economie europee.

La scorsa settimana, l’FMI ha lanciato un severo avvertimento sull’economia globale e, mentre la maggior parte dei grandi stati occidentali sono vulnerabili a una nuova crisi, la Russia ha preparato le sue difese.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (FMI) Kristalina Georgieva la scorsa settimana ha fatto un preoccupante avvertimento: l’economia globale rischia un’altra “Grande Depressione”.

Come ha riportato il Guardian, Georgieva ha fatto questo annuncio durante un discorso al Peterson Institute of International Economics a Washington, sostenendo che l’attuale economia è paragonabile ai “ruggenti anni ’20” culminati nel grande crisi economica del 1929, rivelando che una tendenza simile è già in atto.

L’annuncio è passato in sordina in molti media mainstream, mentre le parole di Georgieva non sono rimaste inascoltate da Mosca, perché il suo avvertimento conferma ciò che gli esperti russi affermano da anni: una grave crisi finanziaria occidentale è imminente. E, secondo Mosca, il tracollo del 2008 sembrerà una passeggiata rispetto alla crisi che ci aspetta, riporta il Guardian.

Le ragioni sono semplici, secondo gli addetti ai lavori in Russia: i governi occidentali hanno accumulato troppi debiti negli ultimi dieci anni e c’è una serie di bolle speculative preoccupanti nel sistema. Tra queste ci sono quelle dei titoli statunitensi, proprietà tedesche e britanniche e le valutazioni sovradimensionate delle società tecnologiche, in particolare le startup che difficilmente riusciranno a rientrare nei loro costi. Aumenta la forza lavoro che invecchia, il ristagno dei salari, i costi della vita aumentano e le industrie tradizionali spariscono a causa dell’innovazione IT: questi sono tutti gli ingredienti necessari per una crisi senza pari.

Come sottolinea l’esperto russo Kirill Shamiev, “in ambito accademico molte persone sono state piuttosto chiare su una grave recessione dal 2016-2017,” e la Russia “è in una posizione più favorevole ora rispetto al 2007-2008, è meno dipendente dai mercati occidentali”.

Un altro motivo per cui Mosca può sentirsi relativamente sicura, rispetto ad altre grandi economie europee, è la sua massiccia riserva di liquidità e asset. Da gennaio 2015, il Cremlino ha aumentato le riserve del suo fondo di emergenza da $ 376 a $ 557 miliardi, nonostante la profonda recessione e la conseguente scarsa crescita economica. In effetti, le riserve sono ora più grandi di prima della crisi ucraina del 2014, e non lontano dalla situazione precedente alla crisi del 2008, un momento in cui i prezzi del petrolio erano alle stelle.

La dipendenza dalle esportazioni di greggio si è rivelata pericolosa per l’economia russa, con il rublo in forte calo nel 2014, quando i prezzi sono crollati. Desideroso di evitare un avvenimento simile, il governo ha introdotto una “regola fiscale” in cui vengono incassati i ricavi delle vendite di petrolio oltre $ 40 al barile, anziché utilizzati per le spese quotidiane.

Ciò che è interessante è anche la diversificazione delle riserve. Un decennio si trattava quasi esclusivamente di dollari statunitensi, ma ora l’oro rappresenta circa un quinto del totale, il che significa che oltre 100 miliardi di dollari sono attualmente legati al metallo prezioso. Alcuni suggeriscono che la grande attenzione per l’oro, che di solito aumenta di valore durante una crisi, potrebbe far parte dei preparativi per un eventuale nuovo sistema monetario.

Sotto la spinta della de-dollarizzazione le riserve auree della Russia continuano a crescere in risposta all’aggressività delle sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha confermato che la politica economica della Russia include la “graduale de-dollarizzazione dell’economia” a causa di quello che ha definito un “uso sempre più aggressivo di sanzioni finanziarie da parte dell’amministrazione statunitense” e “l’abuso definitivo” del dollaro come valuta di riserva mondiale da parte di Washington.

Il volume totale delle riserve auree della Russia si sta avvicinando a quello dell’Italia (2.452 tonnellate) e alla Francia (2.436 tonnellate).

Secondo il World Gold Council, le banche centrali hanno acquistato circa 547,5 tonnellate di oro nei primi tre trimestri del 2019, con un totale degli acquisti pari al 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Russia ha rappresentato il 20% di questi acquisti.

Grazie alle sue vaste ricchezze di riserve d’oro non sfruttate, la Russia è in grado di produrre praticamente tutto l’oro che finisce nelle sue casse interne, con la Banca Centrale che acquista quasi la metà del totale di lingotti prodotti.

Negli ultimi anni, la Russia sta utilizzando oro, yuan, euro e altre valute per ridurre la quota di dollari nelle sue riserve internazionali da 500 miliardi di dollari, liberandosi di denaro e titoli del tesoro e firmando accordi con i principali partner commerciali come Cina e India in valute locali.

Durante l’ultimo vertice, i Paesi BRICS hanno sostenuto l’idea di introdurre un sistema di pagamento unico, alternativo allo SWIFT, per implementare ulteriormente i pagamenti in valuta nazionale.

Il peso dei BRICS nel commercio mondiale è aumentato in maniera significativo. Nel corso di 15 anni il volume delle transazioni societarie nei Paesi dell’associazione è aumentato di 15 volte, passando da 26,5 miliardi di dollari a 388 miliardi di dollari. I BRICS rappresentano oltre il 17% del volume del commercio internazionale e più del 20% degli investimenti diretti esteri globali. Allo stesso tempo, la quota dei pagamenti in dollari tra questi Paesi è diminuita. Come riferito da Kirill Dmitriev, direttore del RDIF (Russian Direct Investment Fund), in Russia la quota del dollaro nei pagamenti commerciali verso l’estero è scesa dal 92% al 50% in 5 anni, mentre quella del rublo è salita dal 3% al 14%.

Alla luce di questo, i BRICS stanno pensando di introdurre un proprio sistema di pagamento, alternativo allo SWIFT, per effettuare i pagamenti nelle valute nazionali. L’attuale approccio con cui sono effettuati i pagamenti commerciali con l’estero tramite SWIFT preoccupa molti: dal momento che lo SWIFT è controllato dagli Stati Uniti, il sistema può essere utilizzato come strumento di pressione politica. ( Estratti da Sputnik)

 


Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno fatto schizzare alle stesse i prezzi dell'oro e del petrolio, cosa che va a favore della posizione della Russia.

La politica estera dell’amministrazione Trump ha nuovamente reso alla Russia un grande servizio. Dal vertice tra la Merkel e Putin: un nuovo rapporto tra l’Europa e la Russia.

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno fatto schizzare alle stesse i prezzi dell’oro e del petrolio, cosa che va a favore della posizione della Russia.

A causa dell’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, i prezzi dell’oro e del petrolio sono saliti alle stelle. L’aumento della tensione nella regione potrebbe farli incrementare ancora di più. Tutto questo va a vantaggio della Russia: la quota di oro nelle sue riserve auree è da record e gli utili dalle vendite di petrolio riempiono regolarmente il bilancio.

Secondo le previsioni di Saxo Bank, nel 2020 l’oro nero salirà di prezzo a $ 90 al barile. La banca cita un accordo per ridurre la produzione di OPEC + e una diminuzione della produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’oro normale, quindi, come ritengono gli analisti, qui la crescita non sarà meno impressionante. Dall’autunno, le quotazioni dei metalli preziosi sono state ai massimi . E questo è un buon regalo per la Russia, che ha aumentato la quota di oro nelle sue riserve auree a un record del 18,6%.

Nuovo rapporto tra l’Europa e la Russia

Il vertice tra la Cancelliera e Vladimir Putin oltre a portare verso la Conferenza di Berlino sulla Libia apre la strada a un nuovo rapporto tra l’Europa e la Russia e taglia i ponti con un America sempre più lontana da Berlino.

L’unica a non capirlo è l’Italia di Giuseppe Conte e del governo giallo-rosso che dopo aver perso la Libia rischia la marginalità anche nei rapporti con Mosca.

Quando il saggio indica la luna Giuseppe Conte guarda il dito. E’ successo pochi giorni fa. Mentre Vladimir Putin blindava i giochi libici concordando con l’omologo turco Erdogan un cessate il fuoco che apre la strada alla Conferenza di Berlino il nostro Presidente del Consiglio faceva di tutto per ignorarlo. E invece di dialogare con Mosca seguendo l’esempio di Angela Merkel si incaponiva in inutili e controproducenti consultazioni con il premier di Tripoli Fayez Al Serraj e il generale Haftar.

Oltre a capire poco di quanto si muoveva nel contesto libico Conte e il governo italiano non hanno colto neppure il senso dell’autentica rivoluzione politico diplomatica innescata dal vertice di sabato scorso al Cremlino tra la Merkel e il presidente russo. Quell’incontro, dettato solo in parte dalla necessità di coordinarsi con la Russia per far partire la Conferenza di Berlino sulla Libia, è in verità il segnale di una rivoluzione politico diplomatica che cambia gli scenari imposti dalla crisi di Ucraina e Crimea del 2014, riavvicina Berlino e Mosca e apre la strada a più fruttuose relazione tra Russia e tutta l’Unione Europea.

Per capire la potenzialità del vertice Merkel-Putin bastavano gli argomenti all’ordine del giorno. Argomenti che spaziano dalla crisi libica a quella iraniana passando per gli scottanti capitoli del gasdotto “North Stream 2” e dei negoziati sull’Ucraina. Su tutti i quattro quadranti la Merkel sta accantonando la collaborazione con gli Stati Uniti nel nome di un nuovo “ordine mondiale” concordato con la Russia di Vladimir Putin. ( Estratti da Sputnik)


una svendita ancora più massiccia ha interessato il mercato azionario: gli investitori stranieri hanno ridotto al minimo storico i propri investimenti nei titoli delle società americane.

JP Morgan: è la fine del dollaro e del suo dominio mondiale. – Gli investitori stranieri continuano a disfarsi delle obbligazioni di Stato USA. – Anche Colin Lloyd ha fornito una serie di prove che il Dollaro potrebbe essere alla fine della sua era. – Fra le varie concause i paesi sanzionati dagli Usa che è un elenco è sempre più lungo.

“Il dollaro statunitense è stato la valuta di riserva dominante del mondo per quasi un secolo”, ha scritto uno degli economisti della banca statunitense, Craig Cohen, in un rapporto all’inizio di questo mese. “Tuttavia, noi crediamo che il dollaro potrebbe perdere il suo stato di principale valuta internazionale

Ma una svendita ancora più massiccia ha interessato il mercato azionario: gli investitori stranieri hanno ridotto al minimo storico i propri investimenti nei titoli delle società americane.

Già qualche tempo fa la Russia era considerata uno dei maggiori investitori in obbligazioni di Stato USA. Nel 2010 gli investimenti della Banca centrale russa in treasuries superavano i 176 miliardi di dollari. Ma per via delle pressioni esercitate da Washington sotto forma di sanzioni Mosca a partire dal 2014 ha gradualmente rimosso fondi dal suo portafoglio di investimenti americani. E nella primavera del 2018, dopo l’ennesima ondata di sanzioni, la Banca di Russia ha condotto una massiccia svendita di treasuries dimezzando bruscamente il suo portafoglio da 96,05 miliardi a 48,724 miliardi di dollari.

All’inizio di quest’anno sono rimasti solamente 14 miliardi di dollari di titoli di Stato americani nelle tasche della Banca centrale russa. A maggio, secondo le statistiche del Ministero USA delle Finanze, la Russia ha ridotto la sua quota a 12 miliardi di dollari.

Con i fondi ricavati dalla vendita di titoli americani la Banca centrale russa sta comprando oro come garanzia contro i rischi monetari e sanzionatori. Negli ultimi 10 anni la quota di oro nelle riserve internazionali russe è quasi decuplicata. Al momento la Banca detiene 2190 tonnellate di questo metallo prezioso per un totale di circa 90 miliardi di dollari. È un record nella storia post-sovietica. L’imprevedibilità dell’amministrazione Trump, l’appetito sfrenato della Fed (la Riserva Federale USA) per il credito e l’instabilità geopolitica rendono l’oro un bene di gran lunga più attrattivo rispetto ai titoli di Stato USA.

In generale, aumenta la sfiducia nei confronti dell’economia americana: il debito pubblico USA ha già superato i 22 trilioni di dollari ed è chiaro a tutti che il Tesoro ha ormai perso il controllo sulla situazione. Per questo, anche gli alleati di Washington stanno abbandonando i beni in dollari. Infatti, la Gran Bretagna ad aprile ha ridotto il proprio portafoglio di treasuries di 16,3 miliardi di dollari.

“Il dollaro statunintense è stato la valuta di riserva dominante del mondo per quasi un secolo”, ha scritto uno degli economisti della banca statunitense, Craig Cohen, in un rapporto all’inizio di questo mese. “Tuttavia, noi crediamo che il dollaro potrebbe perdere il suo stato di principale valuta internazionale (cosa che comporterebbe il suo deprezzamento nel medio termine) a causa di ragioni strutturali e cicliche”.

JP Morgan: è la fine del dollaro e del suo dominio mondiale

A minare il dominio del biglietto verde sarebbe il crescente potere nel mercato internazionale delle economie asiatiche. Il centro economico globale è pronto a trasferirsi in Asia. L’ingresso della Cina nel club dei giganti economici è uno dei fattori di questo trasferimento, ma non è l’unico.

L’intera area asiatica, che comprende la porzione di mondo tra Russia, Turchia e Arabia Saudita sino a Giappone e Nuova Zelanda, vanta i 3/4 della crescita economica globale e più del 50% del PIL mondiale. I crescenti rapporti di scambio all’interno di questa zona aumenteranno il numero delle transazioni che non avverranno in dollari.

L’aumento delle transazioni internazionali in altre valute provocherà un’erosione del valore del dollaro come moneta internazionale e porrà le basi per la sua sostituzione, afferma Cohen. La centralizzazione dell’economia nei mercati asiatici porterà al tramonto del dominio degli USA e del dollaro statunitense, mentre i paesi e le monete asiatiche avranno un maggior potere. ( Estratto da Sputnik)

Anche Colin Lloyd ha fornito una serie di prove pratiche sul fatto che il Dollaro potrebbe davvero essere giunto alla fine della sua era. Gli indici che supportano questa ipotesi sarebbero oramai più di uno. A provare la possibile fine del Dollaro Usa come valuta di riferimento sono anzitutto le prime mosse del presidente americano Trump. Già nei primi mesi del suo soggiono alla Casa Bianca, il leader repubblicano aveva subito sconfessato l’accordo di partenariato transpacifico, un’intesa che coinvolgeva ben 12 nazioni tra cui Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Trump motivò la sua mossa citando il fatto che tutti questi paesi dovevano oramai tanto agli Usa e per gli Stati Uniti non era più possibile andare avanti così.

Il leader americano forse non si attendeva che gli 11 paesi orfani degli Usa avrebbero firmato un nuovo accordo di partenariato senza gli Usa e migliore di quello che era in vigore quando vi erano gli americani.

Il risultato finale della controffensiva degli 11 paesi è stato il seguente: rafforzamento dei vantaggi per la Cina e una perdita di mercati per le esportazioni americane.

Ci sono poi anche i paesi sanzionati dagli Usa e anche qui l’elenco è sempre più lungo e include Russia, Birmania, Costa d’Avorio, Cuba, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Siria, Liberia, Sudan, Bielorussia, Zimbabwe, Iraq e Congo.

Insomma sembra chiaro che ci sono tantissimi motivi per cui la supremazia del Dollaro Usa potrebbe presto cessare. ( estratto da Borsainside 25/7/19)


Le banche centrali sono tra i maggiori acquirenti di oro.

la fiducia calante negli USA porta le banche centrali del mondo a comprare oro – Acquisto oro da parte della Russia è un “brutto segno” per il mondo – Daily Express – Russia è leader mondiale per acquisti di oro nel 2019

La fiducia calante negli USA porta le banche centrali del mondo a comprare oro –

Acquisto oro da parte della Russia è un “brutto segno” per il mondo – Daily Express –

Russia è leader mondiale per acquisti di oro nel 2019

Di recente, i governi di tutto il mondo hanno partecipato a una “corsa all’acquisto di oro”. Questi paesi hanno una buona ragione per farlo, e questo motivo è direttamente legato all’anticipazione dell’inevitabile fine dell’egemonia statunitense.

Le banche centrali sono tra i maggiori acquirenti di oro.

Finora nel 2019, hanno acquistato 145,5 tonnellate di oro, che è più di un quarto di un anno che le banche centrali hanno acquistato nei sei anni precedenti. Per dirla chiaramente, questa cifra rappresenta un aumento del 68% rispetto all’anno precedente. Lo scorso anno le banche centrali hanno aumentato le proprie riserve di 651,5 tonnellate rispetto alle 375 tonnellate del 2017. Si tratta, secondo le stime, del più grande acquisto netto di oro dal 1967.

La cosa più interessante, tuttavia, è che la classe di paesi che troviamo si sta avviando ad accaparrarsi sempre più oro, molti dei quali sono considerati avversari di Washington.

Come sempre, la Russia è il più grande acquirente di oro.

Nel primo trimestre del 2019, gli acquisti di oro della Russia hanno raggiunto livelli record, il che è un “brutto segno” per il mondo, riporta il quotidiano Daily Express in riferimento al capo del dipartimento di ricerca della società di brokeraggio internazionale BullionVault, Adrian Ash.

“I massicci acquisti di oro da parte dei governi o dalle banche centrali avviene raramente per un motivo positivo per il mondo e per la società” cita le parole di Adrian Ash il daily Express.

Si osserva che Mosca, comprando oro, cerca di ridurre la sua dipendenza dal dollaro USA in caso di espansione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Al secondo posto c’è la banca centrale della Cina, che sta anche cercando di differenziare le sue attività, muovendosi verso l’abbandono del dollaro USA sullo sfondo di rapporti tesi con Washington.

Turchia, Kazakistan, Ecuador, Qatar e Colombia sono anche tra i più attivi compratori d’oro all’inizio del 2019. ( Fonte Sputnik)


La Banca Centrale russa continuerà ad investire nell’oro riducendo buoni del Tesoro USA. E la Russia sale nella classifica Doing Business.

“Questa è la tendenza prevalente: negli ultimi cinque anni i Paesi hanno aumentato le quote d’oro nelle riserve valutarie, riducendo i dollari: gli investimenti nei titoli di stato americani hanno fatto segnare un record negativo.

La Banca di Russia continuerà ad aumentare la quota aurea nelle riserve valutarie a fronte di una riduzione degli investimenti nei titoli di stato statunitensi, ha affermato il presidente della commissione sui Mercati Finanziari della Duma Anatoly Aksakov.

Nel terzo trimestre di quest’anno, le banche centrali di tutto il mondo hanno acquistato una quantità record di oro rispetto agli ultimi quattro anni, con la Banca di Russia che ha comprato la quota maggiore, secondo il rapporto del World Gold Council. Il volume degli acquisti del regolatore russo ammonta a 92,2 tonnellate. Pertanto le riserve auree della Russia per la prima volta hanno superato quota 2mila tonnellate.

La Russia è salita al 31° posto nella classifica Doing Business 2019 rispetto al 35° dello scorso anno grazie a un miglioramento delle normative per le piccole e medie imprese. L’anno precedente, la Russia occupava la quarantesima posizione, e sette anni fa il 120° posto nella classifica.. alla 20° nel 2018. (Da sputnik)

www.russiaaffari.blog
info@consultpartners.org


Il caos creato dalle inutili sanzioni e dazi USA- Dopo la Russia a rifuggire le obbligazioni di stato USA è la Turchia, come già Giappone, Cina e anche Messico, l’India e Taiwan – E se la Cina continuasse a vendere i titoli USA?

Dopo la Russia a rifuggire le obbligazioni di stato USA è la Turchia. Dopo che Washington ha provocato nel Paese il crollo della valuta nazionale, Ankara ha venduto questi titoli per quasi 4 miliardi di dollari.
Al momento tutta l’attenzione è rivolta alla Cina: qui, infatti, i danni derivanti dalla guerra commerciale avviata dalla Casa Bianca sono di centinaia di miliardi. Pechino possiede un’arma potente: un pacchetto di obbligazioni di stato americane del valore di 1,2 trilioni di dollari.
Se la Cina cominciasse a svenderle, la Casa Bianca non sarebbe in grado di prendere in prestito fondi per la stabilizzazione del proprio budget. Sputnik vi spiega perché sempre meno Paesi intendono fare credito agli USA e cosa succederà se la Cina ridurrà anche solo parzialmente i propri investimenti nel debito americano.
Le sanzioni di aprile e le minacce di escludere la Russia dal sistema internazionale dei pagamenti e di limitare le operazioni con il debito pubblico russo hanno spinto la Banca centrale russa a prendere posizioni decise.
Tra aprile e maggio la Russia ha venduto l’85% del proprio portafoglio di obbligazioni di stato USA: la Banca centrale ha ridotto gli investimenti in treasuries a soli 15 miliardi di dollari quando all’inizio dell’anno superavano i 100 miliardi.
Parallelamente gli USA hanno colpito la Turchia. Dopo che Ankara si è rifiutata di liberare Andrew Brunson, l’americano sospettato di spionaggio, Washington ha raddoppiato i dazi doganali su prodotti turchi in alluminio e acciaio. In seguito a tali dazi, in pochi giorni il cambio della lira turca è crollato di più del 25%. Da gennaio la valuta turca si è deprezzata del 40%.
“Il crollo del cambio della lira è senza dubbio un attacco mirato e premeditato inferto dal maggiore attore finanziario al mondo”, ha osservato il ministro delle Finanze turco Berat Albayrak.
La Banca centrale turca ha dichiarato l’adozione di misure straordinarie che permetterebbero di garantire liquidità al settore finanziario. A tal fine la Banca centrale attingerà circa 10,5 miliardi di dollari dalle riserve.
Inoltre, Ankara sta sistematicamente riducendo gli investimenti nelle obbligazioni di stato USA.
Svendita generalizzata: In tal modo, la Russia e la Turchia non sono più fra gli Stati che detengono la maggior parte del debito americano. Anche altre nazioni hanno optato per disfarsi di questi titoli.
Quello che appare come una tendenza generalizzata era evidente già nel primo semestre dell’anno. Ad aprile il numero di obbligazioni di stato USA nei portafogli dei creditori esteri si è ridotto fino a 6,17 trilioni di dollari.
Si sono disfatti dei treasuries anche il Messico, l’India e Taiwan. Il secondo creditore degli USA per importanza, il Giappone, ha ridotto al minimo i propri investimenti.
Infine, la Cina, leader tra i creditori americani (1,18 trilioni di dollari), ha ridotto il suo pacchetto obbligazionario.
Attenzione alla Cina
Gli osservatori non escludono che Pechino continuerà a disfarsi di questi titoli. Ma questa sarà un’altra storia. Nelle mani di Pechino vi è quasi il 20% del debito americano detenuto da stranieri.
Qualunque operazione che coinvolga volumi più o meno importanti di treasuries può essere pericolosa per il sistema finanziario USA e per il cambio del dollaro.
La guerra commerciale tra Pechino e Washington sta prendendo piede. I dazi reciproci entrati in vigore il 23 agosto rendono difficili i rapporti bilaterali e potrebbero provocare ingenti danni al commercio internazionale. In questa situazione è più probabile che la Cina sfrutti questa sua grande arma.
Se la pazienza di Pechino finisse e i cinesi decidessero di vendere parte dei titoli di debito americani, il loro valore crollerebbe e il rendimento subirebbe un’impennata. Questo renderebbe automaticamente i prestiti per le imprese e per i consumatori americani molto più cari e andrebbe a minare la crescita economica. L’emissione di titoli sarebbe allora per il governo americano un’operazione sempre più costosa.
“L’economia comincia ad essere in subbuglio a causa degli alti tassi di interesse, il che porta a un rallentamento generale”, osserva Jeff Mills, stratega finanziario presso la PNC Financial Services Group.
Per colpire l’economia americana a Pechino basterebbe ridurre di poco i propri investimenti in treasuries. A giudicare dai crescenti rendimenti dei titoli con scadenza decennale, in Cina stanno già cominciando a sfruttare questa leva.
( tratto da Sputnik)


LA MOSSA INTELLIGENTE DI PUTIN: il mondo finanziario si prepara a grandi shock. – La fine del dollaro e degli Stati Uniti – Ma da dove viene il Dollaro?

LA MOSSA INTELLIGENTE DI PUTIN: il mondo finanziario si prepara a grandi shock.
in Occidente, a differenza della nostra “comunità di esperti liberali”, la notizia che la Russia ha aumentato le sue riserve auree a luglio è stata accolta con rispetto. “Putin ha fatto una mossa molto intelligente”, ha detto Jim Rickards, autore e curatore della newsletter “Strategic intelligence”. “La Russia è nelle condizioni di finanziare la guerra. Essa si sbarazza della valuta statunitense e compra oro. Questo la protegge dal congelamento del suo patrimonio in dollari e dalle sanzioni”. Sebbene in realtà è frivolo pensare che le azioni della Banca centrale russa nel mercato dei metalli preziosi siano dettato solo dalla paura delle sanzioni. A giudicare dal fatto che la riserva d’oro strategica della Federazione Russa viene rifornita costantemente e per lungo tempo, non può ancora essere spiegata da alcuna “necessità immediata”.
La decisione della Banca centrale russa di smettere di acquistare valuta estera sul mercato nazionale dal 23 agosto e fino alla fine di settembre è chiaramente operativa. Secondo la versione ufficiale, in questo modo la Banca centrale russa ha deciso di agire semplicemente per ridurre la volatilità dei mercati finanziari e aumentare la prevedibilità delle azioni delle autorità monetarie.
tutto il mondo è preoccupato per l’imprevedibilità degli americani. Nel governo russo lo hanno capito. La dichiarazione del ministro dell’Industria e del Commercio Denis Manturov che la Russia sta già valutando di passare alle transazioni in valuta nazionale in risposta alle nuove sanzioni degli Stati Uniti, non è quella di un dilettante.
Tali parole sono costose per definizione. Come la tesi secondo cui ci si impegnerà per ridurre la dipendenza dalle apparecchiature tecnologiche straniere.
La consapevolezza del progresso dei cambiamenti tettonici nei mercati globali arriva non solo agli economisti russi, ma anche alle loro controparti europee.
Pertanto, ad esempio, la percezione che l’UE dovrebbe stabilire un analogo indipendente interbancario al sistema di scambio di informazioni SWIFT (come ha affermato in un’intervista a Handelsblatt il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas) è improbabile che emerga come un “pezzo di propaganda” di una guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Le persone serie, come il ministro dell’industria e del commercio russo o il capo del ministero degli esteri tedesco, semplicemente non dicono queste cose senza un approfondito studio e coordinamento.
Alla fine, questo non è altro che “la necessità di rafforzare l’autonomia europea creando canali di pagamento indipendenti dagli Stati Uniti”.
Sei mesi fa di queste cose non ne parlavano neppure marginalmente gli euroscettici, ora ne parla esplicitamente il ministro degli Esteri tedesco. ( estratto da Sputnik)

La fine del dollaro e degli Stati Uniti
Nel mondo stanno avvenendo cambiamenti epocali sconosciuti alla popolazione – anche a quella che desidera sapere, dunque piu’ evoluta – questo in quanto il sistema in cui viviamo ha il compito primario di tenere disinformata e ignorante la gente sulle vere questioni che contano.
Una di queste e’ la guerra tra valute che serpeggia da almeno un quindicennio a questa parte, e che ora sta vedendo la meglio con Russia e Cina pronte – insieme – a scalzare un dollaro ormai agonizzante. ( Scrive Gabriele Sannino, scrittore e giornalista su “ Quello che i media non dicono”)

Ma da dove viene il Dollaro?
Tutto è iniziato verso la fine della seconda guerra mondiale, nel 1944, quando gli americani, assaporando la vittoria che di lì’ a breve si sarebbe ottenuta nel conflitto, hanno deciso di riformare a Bretton Woods l’intero sistema finanziario internazionale, agganciando tutte le valute al dollaro che diviene così’ l’unico che può’ essere convertito in oro. E’ la supremazia assoluta degli Stati Uniti, dato che – di fatto – tutte le monete del mondo (dollaro escluso) diventano semplicemente carta straccia.
Gli USA allora avrebbero potuto cambiare le sorti dell’intero Pianeta se avessero accolto le tesi dell’economista inglese John Maynard Keynes, che auspicava invece una moneta internazionale da lui definita Bancor, alias una moneta mondiale che avrebbe unito tutte le nazioni sotto un’unica Banca di compensazione internazionale, nella quale ogni stato avrebbe potuto accumulare crediti e debiti in base al solo scambio di merci. I conti non sarebbero mai andati al rosso per ciascun paese, se non entro un certo limite, permettendo a tutti di esportare e importare, e garantendo una vera cooperazione (dunque la vera globalizzazione. ndr) nonché crescita e benessere per tutte le nazioni.
Negli anni ’60, dunque, il dollaro purtroppo si confermò moneta di riserva internazionale (per la serie se vuoi acquistare oro, bene rifugio per antonomasia, devi prima acquistare dollari) ma il meccanismo di nuova supremazia egemonica USA cominciò a mostrare già in quegli anni le prime crepe, visti i grossi deficit di spesa del bilancio federale per le costose guerre del Vietnam e la folle spesa pubblica che, data la moneta-debito, indebitava la popolazione senza ritegno.
In aggiunta, l’Europa e il Giappone in quegli anni si erano ormai messi in piedi, le loro economie erano diventate di esportazione, e l’inflazione del dollaro danneggiava in primis proprio l’economia americana. Quando nel 1971 il Presidente Nixon eliminò di fatto il Gold Standard, dato che erano stati stampati molti più dollari rispetto alle riserve auree, ecco che il dollaro si agganciò al petrolio, trasformandosi… in moneta di riserva energetica mondiale.
Washington stabilì che l’OPEC non doveva vendere alcuna goccia di petrolio a paesi con valute diversi dal dollaro, e ciò fece proseguire l’ascesa della divisa americana e con essa la supremazia della nazione.
Il dollaro, però, piano piano, in tutti questi anni, è divenuto la divisa per antonomasia dei casinò finanziari, delle speculazioni, delle predatrici banche di Wall Street, e questo ne ha distrutto per sempre immagine e supremazia.
Oggi infatti, grazie alla globalizzazione finanziaria nella quale prosperano i giochetti delle solite banche apicali che fagocitano l’economia reale e finanche pezzi della stessa economia finanziarizzata – quella dei cosiddetti mercati – gli americani sono il popolo più indebitato del Pianeta…………!! (Fonti: controinformazione/Arianna Editrice.)


Archivi

Categorie